Finalmente rispetto le mie radici

L’altro giorno ho scritto una frase che sta girando parecchio sul web. Ci ho scherzato su dicendo “sono famosa” con aria un po’ sborona, ma non penso sul serio di essere una creatrice di trascinanti filosofie spicciole. La frase era una domanda: “Ma voi ve lo ricordate cos’era Favara tre anni fa? Io no”. Mi sono chiesta quale sia stata la scintilla che ha fatto esplodere questo pensiero su facebook e mi sono data la mia risposta.

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Il punto nevralgico di questo successo è costituito da quelle due paroline: IO NO. Non ho mai avuto un particolare senso di appartenenza al mio paese, sia perché ho vagato tra Palermo e Spagna negli ultimi cinque anni, sia perché Favara è sempre stato un posto… per vecchi. Prima di ora. Non me lo ricordo davvero cos’era questo posto tre anni fa. Non me lo voglio ricordare e non volete farlo neanche voi, per questo vi piace quella frase; vi riporta indietro nel tempo, ma solo per una frazione di secondo e appena ritornate con la mente al 2013 vi viene da sorridere.

Qualcuno ha risposto a quella mia domanda. Ho letto due o tre individui un po’ più nostalgici dire che loro la ricordano la Favara degli antichi Sette Cortili; quel posto – che ora è un centro culturale e ricreativo – prima era un salotto all’aperto, tenuto pulito dalle “zie” e trasmetteva un grande senso di rispetto. Alla luce dei lavori svolti negli ultimi mesi con Favara Urban Network, si è parlato molto della tradizione, della storia di Favara, e qualcuno si è anche fatto l’idea che noi ragazzi di ora, che lavoriamo con l’arte contemporanea o col design e la progettazione di spazi pubblici (pur non essendo qualificati per farlo), non siamo in grado di apprezzare le vecchie radici che ci legano a questo posto.

Noi quel ricordo dei vecchi Sette Cortili lo invidiamo profondamente. Invidiamo chi ha il ricordo della vecchia fontana al centro della piazza, probabilmente quando questa ancora non era un parcheggio per macchine in doppia fila davanti alla posta. Invidiamo chiunque sia riuscito ad entrare in quei palazzi datati XVIII secolo e che noi siamo costretti a guardare da fuori perché nessuno se ne prende cura e continuano a perdere pezzi ogni giorno che passa. Qualcosa ci ha riportati qui, a Favara, e che piaccia o meno, è stato merito di quelle “innovazione e progettazione” che ci hanno trascinati nelle braccia di FUN.

C’è un orgoglio favarese rinato che nelle ultime settimane ci ha spinti a girare il centro storico con più interesse di prima, mentre i ragazzi più dotti e informati di me raccontano le storie dei vicoli, delle strade, dei palazzi, delle famiglie di Favara, storie che loro hanno divorato con grande curiosità dai testi degli studiosi favaresi e che io purtroppo ancora ignoro in gran parte.

In piazza c’è una biblioteca con un totale di circa ventidue, ripeto, ventidueMILA libri. E’ chiusa al pubblico per i lavori di ristrutturazione che hanno sempre tempi incalcolabili, ma con occhi da cerbiatti e umile e genuina curiosità abbiamo chiesto di poterla rivedere per rinfrescare il ricordo che ne portavamo, vecchio dieci anni. E’ più bella di come la ricordassimo, più affascinante direi, perché adesso, dopo aver passato anni sui libri, la vediamo come un posto meditativo, rilassante, in cui poter studiare o leggere e non più come il posto noioso che ci sembrava da piccoli. Favara ha bisogno di rinnovarsi e innovarsi per educarci al rispetto del nostro passato e io, dopo 23 anni, finalmente rispetto le mie radici. Il mio paese è tornato a vivere.

foto e testo di Laura Castellana

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